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20 Febbraio 2013

RETI...COLATO

Poi, d'un tratto, il gioco del what is the best online casino uk...

Il cielo piangeva come non mai quella sera di meta' novembre, novembre 1958; pareva gia' di essere in inverno, ai piedi della Sierra Maestra. Un inverno che si preannunciava lungo e duro da superare, almeno come quello che l'aveva preceduto.

Dopo tre anni di guerra contro i ribelli, passati su vari fronti, il tenente Angel Sanchez Mosquera, il piu' coraggioso, il piu' assassino, il piu' ladro fra tutti i capi militari che aveva Batista, su una sedia a rotelle per le ferite riportate nella battaglia di Pica Pica, non si faceva piu' alcuna illusione.

Nelle ultime settimane i barbudos guidati da Ernesto Che Guevara e da Camilo Cienfuegos avevano preso Camaguey, Las Villas, Fomento, prima di fermarsi per prepararsi alla conquista di Santa Clara. Ora cominciavano giorni di noia, di logoramento, di sostanziale vuoto. Non di tranquillita' pero': le bande dei ribelli erano sempre attive e non si doveva proprio abbassare la guardia.

Piovigginava. Il sottotenente Gino Done' Paro (uno dei quattro stranieri imbarcatisi sul Granma), e le compagne dell'M26-7 Lidia Doce Saanchez e Clodomira Acosta Ferrals, avanzavano a stento, qua e la' scivolando ed inciampando, il freddo che passava facilmente le loro leggere e lacere divise. Nel buio ormai incombente i tre ribelli cercavano di superare, per sentieri scoscesi e pericolosi, quell'ultimo ostacolo che li separava dalla loro citta', Santa Clara, dalla quale mancavano ormai da parecchi mesi. Non avevano piu' notizie dei loro cari da quando si erano fatti rivoluzionari dandosi alla clandestinita'.

Dopo la loro ultima missione non erano poi riusciti ad aggregarsi alle truppe dei ribelli e cosi', privi di comandi, si erano dati alla macchia; avevano risalito la Sierra Maestra clandestinamente, ora precedendo ora seguendo la linea del fronte, muovendosi per lo piu' di notte e nascondendosi di giorno, elemosinando qua e la un po' di pane, un po' di paglia, un'ora di riposo. Ora la loro odissea stava per finire: oltrepassate le linee controllate dai barbudos, si arrampicavano verso Santa Clara, ancora controllata dagli uomini dell'esercito di Batista, contando di discendere finalmente verso la cittadina, se tutto andava bene, dopo quella notte.

Sarebbero arrivati a casa... a casa! Con tutto quel che cio' significava, nonostante le condizioni non certo molto floride con cui sapevano, temevano, di doversi confrontare. Dovevano poi subito pensare a organizzare la guerriglia urbana per favorire l'ingresso in citta' delle truppe dei ribelli. Spesso e' proprio la vicinanza della meta che induce a ridurre le cautele; o forse e' semplicemente la stanchezza, lo sfinimento: non si puo' continuare a fuggire in eterno...

Sfortuna volle che i tre passassero proprio sotto alla postazione di una sentinella, da poco allertata dall'ufficiale nel suo giro serale di ispezione: "Alt! Chi va la'? Fermi o spariamo!".

Le intimazioni colsero i nostri tre completamente di sorpresa.

Impietriti, attoniti, non pensarono nemmeno di tentare la fuga e furono dunque catturati e condotti davanti a Sanchez Mosquera, ancora intento alle sue annotazioni burocratiche. "Toh! Tre ribelli!", esclamo' levando lo sguardo sul lacero terzetto. "Cosa stavate facendo?", comincio' a chiedere, esaminando nel frattempo i pochi documenti ed effetti personali sequestrati. "Ecco, tenente, noi ... non siamo guerriglieri... Noi siamo solo dei contadini e... Stiamo tornando a casa..." , comincio' a spiegare Gino, l'unico che sembrava in grado di parlare. "Ah! - Esclamo' beffardamente Sanchez Mosquera - Quindi tu non sei un ribelle agli ordini di quel bischero di Fidel Castro, no? E voi due non siete guerrigliere, no?". Tre teste si mossero, speranzose, in una muta conferma. "Allora siete spie, sabotatori, banditi - esplose in un crescendo quasi cumbiano - presi sul fatto nelle nostre linee! E come tali sarete trattati!... Sergente: fucilateli tutti, subito. Alla svelta!".

Il sergente e quattro soldati stavano gia' portando via i tre malcapitati, che ora avevano ben compreso quale sarebbe stata la loro sorte e percio' tentavano di protestare e di resistere in ogni modo, quando lo sguardo di Sanchez Mosquera fu catturato da qualcosa, nel mucchietto di oggetti che aveva davanti, che prima gli era sfuggito. Chiese percio' ad alta voce che venisse ricondotto Gino Done' Paro. "Questo pezzo, questo re degli scacchi e tuo, forse?".

"Si, e' un po' il mio portafortuna..." .

"Tu non sei cubano... Tu sei straniero... Tu sei italiano, vero? Conosci dunque il gioco degli scacchi?".

"Beh, si, mi e sempre piaciuto giocare, ma sono solo un dilettante... "

"Ach... Dilettante! Io invece sono un Maestro qui a Cuba! Non puo' esserci partita tra noi... Tuttavia... e' tanto tempo che non gioco! Ascolta! Tu fai ora una partita con me e se tu vinci... Ah! Ah!... o anche solo se fai patta, tu sei salvo, libero, vai a Santa Clara o dove tu vuoi. Se perdi, sei morto! Accetti?"

A Gino Done' Paro non restava molta scelta, quindi accetto'.

Era esausto, affamato, pieno di sonno e di freddo. Stava per essere fucilato, non giocava anch'egli da anni, l'ultima partita la fece in Messico con il Che Guevara alcuni anni prima, ed ora doveva vedersela con un maestro. Tuttavia, deciso tra se che non gli restava null'altro da fare, cerco' di annullare mentalmente tutte le difficolta', si sedette alla scacchiera, ebbe in sorte il Bianco, comincio' una partita di attacco e, almeno all'inizio, sorprese l'avversario. Il quale pero' non era Maestro per nulla: facendo valere una tecnica superiore, con un'abile serie di cambi ristabili' ben presto l'equilibrio, costringendo l'italiano a entrare in un finale con due pedoni di meno, apparentemente senza scampo. Ecco la posizione, con mossa al Bianco:





Era ormai notte fonda. Gino si rese conto di essere perduto ma non volle ancora darsi per vinto e, le mani protese a schermare gli occhi dalla cruda luce dell'unica lampadina che pendeva dal soffitto, si mise a pensare freneticamente, non poco disturbato per altro dai sarcastici commenti di Sanchez Mosquera: a quale arbitro, d'altronde, poteva appellarsi?

"Scarsone, perche' non abbandoni, italiano dei miei stivali! Non vedi che il mio re e' nel quadrato, mentre il tuo re puo' prendere al massimo il mio pedone arretrato? Tu, non hai piu' scampo, non hai piu' alcuna speranza, abbandona!" continuava a declamare trionfante. Eppure Gino voleva ancora qualcosa a cui attaccarsi, ma cosa?

Inspiro' profondamente, chiuse gli occhi. I farneticamenti di Sanchez Mosquera si attutirono come in una nebbia, e dalla nebbia usci' distintamente, sempre piu' distintamente la voce pacata del Che Guevara, che in Messico durante la preparazione alla guerriglia, durante i momenti di pausa, tirava fuori la sua scacchiera e giocava a scacchi con gli altri guerriglieri: "Vedi, Gino, negli scacchi, come nella vita, le cose non sempre sono quelle che sembrano a prima vista: prendi per esempio questi studi di Reti, che mi sono arrivati proprio oggi da Hilda... L'autore li chiama: 'finali con un contenuto straordinario', e ha ragione. Vedi questo ad esempio? Il Bianco sembra battuto, perche' ha due svantaggi, ma il Nero non puo' approfittare di entrambi...".

La nebbia si squarcio', sulla brandina del Che comparve, nitido, un libretto sulla cui copertina giallina era impressa, sotto grandi caratteri gotici, proprio la 'sua' posizione!




(Erano molto comuni libri in tedesco in tutta l'America Latina in quel periodo, a causa della numerosa presenza di tedeschi fuggiti dalla Germania sul finire della II guerra mondiale ed emigrati in Argentina, Uruguay, Brasile e Cile; NdA)

Ora ricordava perfettamente quel frontespizio, e lo 'lesse' ad alta voce al suo avversario: "Richard Reti: Samtliche Studien, Marisch Ostrau, 1931: non le ricorda nulla, Maestro?". Gino senza accorgersene parodiava pericolosamente l'accento di Sanchez Mosquera.

"Ecco qua: il Bianco muove e patta!"... E gioco' Rg6 con grande sicurezza.

Sanchez Mosquera impallidi', poi arrossi', impallidi' di nuovo. Prese anche lui tempo, riflette' a lungo e poi, riluttante, con una smorfia tirata, tese la mano: "D'accordo, hai pareggiato. Grazie a... Reti sei libero. Prendi il tuo Re porta fortuna e vattene: l'ufficiale di Batista ha una sola parola!"

"Grazie tenente ma... Le mie due compagne?... Sono libere anche loro?"

"Oh, quelle? No, non posso piu' salvarle, non hai udito gli spari? Sono gia' state fucilate, quelle non erano scacchiste...".

Albeggiava. Gino Done' Paro, scosso ancora da sentimenti contrastanti, scendeva a balzi, quasi correndo, il ripido pendio: la gioia per essere salvo, sia pure per il momento, e di poter rivedere di li a poco i suoi cari, o almeno quelli che gli restavano, lo inebriava; ma era inquinata dalla pena per le due compagne, morte senza colpa, senza enfasi e senza motivo; solo per un capriccio della sorte, perche' 'non erano giocatori di scacchi'.

Egli era salvo a prezzo delle loro vite. Non lo avrebbe mai dimenticato. Per il resto della sua esistenza, giuro' a se stesso, avrebbe aiutato gli altri, fossero cubani, italiani o stranieri, purche' in difficolta'. Avrebbe pagato questo debito. Lo doveva.

Albeggiava. Angel Sanchez Mosquera scrutava il fondovalle, in direzione di Santa Clara. Quel puntino scuro che a tratti scorgeva muoversi nella foschia doveva essere Done' Paro... Si, quel dannato ribelle italiano!

Sorrise, suo malgrado, la prima volta dopo mesi.

Ripenso' agli avvenimenti della notte, alla loro singolarita'. Nessun rimorso, quando mai, per le due 'ribelli' fucilate, no; aveva solo obbedito agli ordini. E invece... Tutto sommato, provava quasi una sorta di soddisfazione per l'esito di quella strana partita. Certo, aveva lasciato andare un potenziale nemico (per di piu' con un salvacondotto, nel caso fosse incappato in un rastrellamento dei soldati di Batista in pianura...) e nessun superiore l'avrebbe scusato, se avesse saputo. Certo, non aveva vinto la partita come avrebbe potuto e dovuto e per questo, sotto sotto, il suo ego scacchistico continuava a lamentarsi. Tuttavia... sentiva che presto la guerra sarebbe finita: questione di mesi se non addirittura di settimane. Questo pensiero, che la sera prima lo aveva riempito di vuoto, di amarezza e di disgusto, riusciva ora ad apparirgli come un inizio di nuove possibilita', come un segno di speranza. Debolmente, quasi impercettibilmente, sorrise ancora: laggiu' il puntino mobile era ormai scomparso.

Sanchez Mosquera alzo' ugualmente il braccio in un ultimo, silenzioso saluto.






[Fonte: SoloScacchi]

[Autore: Eugenio Castellotti & Mongo]

[Si riporta integralmente l'articolo apparso per la prima volta il 16 settembre 2012 su SoloScacchi per gentile concessione dell'autore e del sito]


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